America

Volo sulla Groenlandia e atterro a Los Angeles. Partiamo, direzione Death Valley. Siamo in quattro. L'autostrada a dieci corsie ci porta verso nord. Arrivati a Zabriskie Point vedo un ragazzo, con le gambe paralizzate, che viaggia, da solo, in camper. Cala la sua sedia a rotelle dalla portiera aperta, ci salta dentro, e con la forza delle braccia si spinge su, in alto, da dove si vede l'infinito.

2014 - Arizona, U.S.A.

Arriviamo a Las Vegas. Dal Golden Gate Hotel non si vede l'infinito. Qui ci sono condizionatori, macchine per fare il ghiaccio, slot machine e ragazze in minigonna che ballano sui tavoli da gioco.

La mattina seguente proseguiamo sulla Route 93 e su qualche tratto della 66. Brucio un semaforo rosso e uno stop prima di entrare in territorio Navajo. Nella Monument Valley mi sento ancora più piccolo. Ci insabbiamo. Ci tirano fuori gli indiani. Qui tutto è silenzio da milioni di anni. Procedendo verso sud vediamo alberi pietrificati. A Tucson accarezzo l'aereo presidenziale di Kennedy. Lucina e Vincenzo ci lasciano, Josef ed io proseguiamo lungo il confine col Messico. Vediamo città fatte di case mobili. È gente venuta da nord per svernare. Tutto intorno c'è solo deserto. Arriviamo ad Indio. Vedo motels, stazioni di servizio, svincoli stradali. Oggi è Thanksgiving Day. Anche se è già sera, dobbiamo festeggiare. L'unico posto aperto è il casinò. Ceniamo rispettando la tradizione. La mattina seguente ci mettiamo in viaggio per Los Angeles. Tutto attorno è il nulla. Dicono che da queste parti chi vuole morire si mette in cammino nel deserto. Superiamo posti di blocco per il controllo degli immigrati che passano la frontiera clandestinamente. Mi fermo a fare benzina mentre sulla Interstate 10 un fiume di automobili scorre verso ovest.

Nella prossima vita fotograferò l'America.

 

Los Angeles, CA, novembre 2014

 

© Fabio Ponzio

L'età dell' oro

 

Sono a Köln per il Carnevale. Vedo persone felici che cantano travestite da banane, da topi, da principi.

1979 - Germania

Sui quotidiani, esposti nelle edicole, vedo una fila di persone vestite di nero che accompagna una fila di uomini vestiti d'arancione. Mi chiedo che senso abbia essere qui, oggi.

Tutto si mescola, si confonde, si perde, per ritornare, diversamente.

Il flusso continuo d'immagini ed informazioni, che arriva come una marea inesorabile, fa dubitare di ciò che è reale e di ciò che non lo è.

Camminando per la città vedo negozi che espongono quantità incredibili di prodotti. Ma dove vanno a finire tutti questi oggetti? Quanti se ne devono comprare perché il sistema economico regga? E dopo aver imbottito le case e gli armadi con tutto quello che compriamo, cosa cambia? Nulla. Anzi, no, cambiano i pensieri, i sogni, le speranze.

2013 - Gran Bretagna

Con gli smartphone, i laptop, i tablet, non siamo più lì dove dovremmo essere, ma siamo da una parte altra, incapaci di vedere quello che abbiamo davanti ai nostri occhi.

Tutto questo ci fa perdere tempo. Questo tempo che è la forza profonda della fotografia.

Anche a Sevilla, quando passa la Madonna, si alzano centinaia di Smartphone. Però lì la gente piange. E prega. Ancora una volta tutto si mescola, si confonde, si contamina.

La sera, in un motel sulla tangenziale, accendo la televisione. Guardo quelle facce dure, sicure di sè, false, di pietra.  E' difficile amare gente così. Ed è difficile fotografarla. La compassione, la comunanza, la condivisione che ho sempre sentito a est, a ovest si volatilizza. Non avere sentimenti nei confronti di chi fotografo a occidente penso sia l'impostazione psicologica e morale più corretta.

2014 - Gran Bretagna

Quando tornavo dall'est, i visi, gli sguardi, le parole, le mani di tutte le persone che incontravo si affollavano nella mia mente e nel mio cuore. A ovest capita che stia due settimane in viaggio senza nessun tipo di comunicazione con le persone che fotografo.

A parte la comunicazione primaria, s'intende, o quando incontro qualche migrante in viaggio. Negli ultimi sette anni a occidente ho abbracciato solo cinque persone e tutte, una dopo l'altra, in due minuti. E' successo con un gruppo di ragazzi tedeschi che, in attesa sulla strada, a braccia aperte, offrivano ai passanti abbracci gratuiti. Avevano un cartello sul quale era scritto: " Free hugs. Lass dich umarmen". Ne ho approfittato.

In questo contesto spesso percepisco la realtà dell'ovest come una sequenza di situazioni ed eventi assolutamente prevedibili e senza sorprese. Raramente ci sono delle rotture in questa infinita catena di banalità. E quelle rare volte che mi ritrovo davanti ad una cesura della normalità, la vita vera appare per un istante che solo la fotografia, nel vorticoso fluire del tempo, ha la miracolosa caratteristica di poter cogliere. Non la musica, non la letteratura, non il cinema, forse la poesia, hanno la forza di fare altrettanto.

2014 - Spagna

La mattina del martedì grasso esco dal mio motel e attraverso a piedi un'area industriale per arrivare alla fermata del treno. Per paradossale che possa sembrare, quando viaggiavo ad est, pensavo che Dio avesse creato l'uomo, viaggiando verso ovest mi sono convinto che sia stato l'uomo ad aver creato Dio. Sembra strano anche a me vederla in questa maniera. Forse lo penso perché l'uomo occidentale mi sembra così fintamente felice, perso tra i suoi aeroporti, le sue autostrade, i suoi centri commerciali, che immagino non possa sopportare l'idea di essere solo nell'universo.

2016 - Gran Bretagna

Il treno procede attraverso la foschia dell'alba. Arrivo in stazione. Attraverso la piazza di fronte alla cattedrale, scendo poche scale e arrivo dove dormii per terra, in una notte gelida, trentotto anni fa. Mentre in solitudine guardo quei pochi metri quadrati al riparo dell'entrata della metropolitana, passa un angelo. O forse penso di averlo visto. Un attimo dopo non lo vedo più. Forse è stata solo una mia fantasia. O forse no, è passato davvero e l'ho fotografato.

 

Köln, febbraio 2015

 

© Fabio Ponzio

Il cerchio

 

« Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione [...]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!".

2011- Spagna

Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!"?»

Friedrich Wilhelm Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 341 - Il peso più grande

 

Roma, gennaio 2015

 

© Fabio Ponzio

Sulla strada

 

Agosto 2009, parto. Sono alla ricerca di questa Europa ma non riesco a dimenticare l’altra Europa, quella dell’est.

L’ autostrada costeggia il Tirreno, attraversa l’Appennino e si snoda sulla pianura Padana. Vedo campi senza fine e nessuna presenza umana.La sera, prima del tramonto, arrivo in un parco dei divertimenti sulle rive del lago di Garda. Il parcheggio è stracolmo di vetture. Vedo tanta gente, in prevalenza famiglie operaie del nord Italia, girare, in maglietta e bermuda, tra le tante attrazioni. Dovrei fare qualche fotografia, ma quello che vedo non mi piace. Cerco un’armonia, un mistero, una geometria, ma non trovo nulla.

1991 - Ungheria

La notte la trascorro in un camping lì vicino. E’ affollato e nonostante costi 30 euro  avere un posto per dormire in macchina, l’impressione è quella di un campo profughi.

La mattina seguente fotografo le foche dell’acquario e parto verso nord. Decido di percorrere la Val Gardena. La felicità provocata dalla bellezza delle Dolomiti viene attutita dalla vista di villaggi di montagna divenuti centri turistici. Attraverso l’Austria in autostrada e, dopo il tramonto, gli autogrill appaiono illuminati come stazioni spaziali dove è possibile rifocillarsi e incontrare altri umani.

Supero Vienna, di notte, sotto una tempesta di pioggia. Dormo in una pensione prima del confine ceco. All’alba arrivo al confine. La prima volta che passai nello stesso punto era marzo e c’erano uomini con la camicia aperta sul petto e il Kalashnikov al collo, pronti ad uccidere. Ora tutto è sereno: i boschi, i prati ricoperti di rugiada, le case ancora immerse nel sonno, qualche contadino già sul trattore.

Ma è esistita davvero quella frontiera impenetrabile fatta di filo spinato e torrette d’avvistamento? Due auto di grossa cilindrata mi superano a velocità sostenuta e io rimango senza risposta.

Man mano  che attraverso la Moravia, da Brno a Ostrava, il traffico aumenta vertiginosamente. Centinaia, migliaia di vetture corrono veloci, troppo veloci. Vedo tanti incidenti. Autotreni di ogni nazionalità mi superano: vado troppo piano, vado a 100 km all’ora. Automobili, automobili, automobili: questo è il vero cambiamento. Visivamente l’automobile occupa ogni spazio. Con la macchina fotografica è ormai impossibile inquadrare senza avere un’automobile nel visore.

2009 - Ungheria

Passo la frontiera polacca senza neanche accorgermene. La tangenziale sfiora la città di frontiera di  Cieszyn e si insinua tra le colline, verso nord.

Il traffico è enorme e si creano continuamente code. Alla fine arrivo a Czestochowa, il luogo di pellegrinaggio più importante della Polonia.

Il monastero di Jasna Gora sorge al centro della città. Migliaia di pellegrini si ritrovano qui ad agosto. Ma i loro visi non sono più quelli di vent’anni fa. E neanche i vestiti. I mendicanti non ci sono quasi più, né i vecchi sulle  panchine del parco. Tanti bar e negozi hanno aperto lungo il viale che porta  al monastero. Mercedes e BMW sono parcheggiate davanti agli istituti religiosi.

Il giorno seguente parto da Czestochowa e dopo cinque ore di traffico arrivo a Kalwaria, altro grande centro religioso polacco. Le persone che incontro sono cambiate. Le facce rugose e forti di operai e contadini hanno lasciato il posto a visi meno espressivi e più levigati. Solo la natura è rimasta uguale a se stessa: gli antichi alberi che hanno visto tre secoli di storia e di pellegrinaggi sono sempre lì, vivi e impassibili.

1994 - Polonia

Fotografo  per tre giorni e parto verso sud.

Attraverso la  Slovacchia.  Boschi infiniti e città ordinate. Non c’è spazio per la sorpresa. Vedo giovani in mountain bike, famiglie di ritorno dalle vacanze, anziani che passeggiano. Vedo zingari che occupano spazi degradati e nascosti a ridosso di linee ferroviarie, siti industriali dismessi e discariche. Le loro facce sono sempre le stesse: dolenti, sfinite, sospettose,curiose, allegre.

Arrivo sull’autostrada che da Budapest porta al lago Balaton. E’ il 15 agosto sera e una scia di luce lunga chilometri riporta gli ungheresi a casa. Le ferie sono finite presto. La crisi finanziaria, in Ungheria, si è fatta sentire.

Rimango qualche giorno sul Balaton e riparto verso nord-ovest in direzione  della frontiera austro-ceca. Mi hanno detto che lì, dopo il crollo della cortina di ferro, le cittadine ceche si sono riempite di casinò e di bordelli aperti per soddisfare a poco prezzo le voglie degli stranieri di passaggio.

Poco prima del tramonto arrivo sul confine. Vedo tante case da gioco e prostitute sulla strada. Lascio dietro di me un antico villaggio per cercare un posto dove dormire. Passata l’ultima curva, prima di un grande bosco nero, appare, sul ciglio della strada, una ragazza giovanissima  vestita con un miniabito bianco  e con i tacchi altissimi. Mi sorride e mi fa cenno con la mano di fermarmi. Istintivamente alzo la mia Leica e scatto. Solo in quel momento mi accorgo che è incinta.

La natura mi appare in tutto il suo splendore di agosto e la luce di fine giornata ricopre tutto di oro.

 

Roma, novembre 2009

 

© Fabio Ponzio

Il Viaggio

 

Un Sikh, alla guida di un taxi giallo, ci ha portato velocemente a Manhattan.

La mattina successiva ci siamo svegliati molto presto e siamo usciti.

Il sole illuminava la metà di ogni cosa.

2012 - New York N.Y. USA

La luce era la stessa che avevo visto in tante città dell'est, nella stessa stagione e alla stessa latitudine. Ma le persone no, erano diverse. Avevano delle belle facce da smartphone.

Anche le notti erano diverse. Non avevo portato la mia tenda. Avessi avuto più coraggio, ma molto più coraggio, l'avrei portata per dormire a Central Park o sulla spiaggia di Coney Island. Neanche la mia Volkswagen rossa avevo con me. Chissà dove sarà adesso.

1996 - Romania

L'avevo regalata anni prima a Valodia, un amico russo divenuto famoso per essere partito a cavallo dalla Terra del Fuoco ed aver raggiunto l'Alaska dopo un viaggio durato cinque anni, se ricordo bene.

Comunque, a New York, la gente proprio non riuscivo a fotografarla. Devo voler bene alle persone che fotografo. Forse dipendeva dal fatto che avevo viaggiato in aereo e, come si sa, quando si vola, l'anima ci mette tre giorni e più ad arrivare, a seconda della distanza. Troppo tardi. Quando è arrivata lei, io ero già bello che tornato indietro.

1993 - Ucraina

Anni fa, quando partivo per l'est, era tutta un'altra musica. Io e la mia anima, viaggiavamo insieme, mangiavamo insieme, dormivamo insieme, per tre giorni e per tre notti. Quando finalmente giungevamo a destinazione, era come se avessimo sempre vissuto lì. Forse è questa la vera ragione per la quale, a New York, non sono riuscito a fotografare le persone.

 

Glasgow, giugno 2013

 

© Fabio Ponzio

L’uomo dell’est

 

La notte del 13 dicembre 2009 lasciai la mia stanza al Buyuk Londra Oteli di Istanbul e presi un taxi per l’aeroporto.

Ventidue anni di viaggio nell’est erano conclusi.

Mentre il taxi correva nella notte, attraversando la città, pensavo al tempo trascorso da quando il muro di Berlino era crollato. Pensavo a come tutto fosse cambiato nella realtà e nella mente di noi europei negli ultimi due decenni.

1987 - Turchia

Prima della caduta dei regimi del Patto di Varsavia, ogni volta che mi capitava di guardare la carta geografica d’Europa, la mia attenzione andava sempre sulla parte orientale, attratto irresistibilmente da nomi misteriosi, da confini imperscrutabili, da strade che si perdevano in territori sconosciuti e proibiti.

La divisione tra est e ovest, come un incantesimo, teneva noi occidentali ancorati a qualcosa di ignoto dal quale dipendevano la nostra vita, la nostra visione del mondo, le nostre paure.

Quel muro divideva il conscio e l’inconscio dell’Europa. Oltre quella linea, tutto avveniva nell’ombra, apparentemente senza nessun legame con la realtà dell’ovest ma, come l’inconscio nell’essere umano, così l’est non ci permetteva di dimenticare il passato.

Varcare i confini orientali significava in effetti entrare in un universo rimasto cristallizzato, dove le persone e le cose si erano comunque evolute in maniera differente dalla nostra.

2000 - Romania

1992 - Cecoslovacchia

1992 - Jugoslavia

Il viaggio iniziò a Istanbul nel 1987 e proseguì, negli anni successivi, in Polonia, Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Albania, Ungheria, Cecoslovacchia, Russia, Ucraina, Georgia e Armenia.

Quando nel 1988 arrivai in Polonia, il paese mi apparve come prossimo al collasso.

I negozi erano sprovvisti di generi alimentari e le file per acquistare il pane erano lunghissime.

La gente si raccoglieva nelle chiese e affluiva in massa durante le celebrazioni. Luoghi come Jasna Gora o Kalwaria Zebrzydowska erano isole di libertà, perdute in un mare di grigia immobilità. Si potrebbe arrivare a dire che l’uomo polacco abbia vissuto nel carbone e nell’incenso, ovvero, nel sacrificio e nel trascendente. E’ stato capace di sprofondare nelle miniere, nelle guerre, nei gulag e di sopravvivere aggrappato alla propria fede.

1988 - Polonia

Nella Romania di Ceausescu, la vita delle persone era ridotta a un susseguirsi di giorni cupi, alla ricerca di qualcosa da mangiare. La Securitate aveva il controllo assoluto sulla popolazione e attraverso la delazione, il ricatto e la violenza, reprimeva ogni libertà dell’individuo. Quando entrai nel paese, nel giugno del 1989, vi rimasi giusto il tempo per passare una notte insonne. Il giorno successivo fui arrestato e privato del passaporto con l’accusa di aver fotografato un fantomatico aeroporto militare.

Nello stesso periodo, in Jugoslavia, nell’indifferenza assoluta dell’occidente, si stavano costruendo le basi per realizzare la catastrofe degli anni successivi.

Il 28 giugno 1989 vidi decine di migliaia di serbi radunarsi in Kosovo, sulla piana chiamata Campo dei Merli, e ascoltare Slobodan Milosevic pronunciare il suo tristemente famoso discorso nel quale enunciava l’ideologia ed il programma che avrebbero portato alla tragedia delle guerre jugoslave.

Durante questi primi viaggi mi resi conto di come fosse importante calarsi nella profondità di questo mondo che stavo iniziando a conoscere. Avevo netta la sensazione che la storia avesse creato un posto dove fosse possibile vedere l’essenza dell’essere umano con più limpidezza.

1991 - Romania

Poi, nell’estate del 1989, improvvisamente, tutto cambiò.

I vari regimi dei paesi comunisti dell’Europa centro-orientale cominciarono a crollare a Budapest, Berlino, Varsavia, Praga, Sofia e Bucarest, in un incredibile effetto domino che proseguì successivamente in Albania e si concluse due anni più tardi in Unione Sovietica.

Gli uomini e le donne, vissuti per anni senza speranza, rimanevano spesso increduli e confusi di fronte a qualcosa di nuovo che non conoscevano. Tutto sembrava possibile e, in effetti, lo era. Ad un’energia antica, che spesso si era fortificata nel dolore e nel sacrificio, se ne sommava, adesso, una nuova, piena di speranza.

1992 - Polonia

In questa atmosfera sospesa tra l’incertezza e l’attesa, proseguii il mio viaggio attraverso un territorio immenso, alla ricerca dell’uomo dell’est.

E’ in questi paesi che ho scoperto la classe contadina, legata profondamente alla natura, alla tradizione, alla fede. E’ nell’est che ho conosciuto la classe operaia, con il suo orgoglio rimasto intatto anche nella disfatta delle ideologie e dell’economia.

Sconfitto e umiliato, quello che nella retorica comunista avrebbe dovuto essere l’uomo nuovo, mi è apparso nella sua grandezza antica, inconsapevole rappresentante di una forza atavica che a tutto sopravvive e da tutto trae energia.

Questi uomini e queste donne li ho cercati nei miei viaggi, prima che tutto soccombesse alla melassa consumistica seguita alla conquista della libertà.

1990 - Polonia

1997 - Romania

1989 - Polonia

Il crollo del muro mi permise di passare liberamente attraverso territori che prima erano sotto il controllo soffocante di regimi che limitavano il movimento di chiunque avesse voluto testimoniare realtà non consone all’ideologia del potere.

Scelsi di viaggiare in macchina, portando con me un sacco a pelo, una tenda, un fornello a gas, una Leica, tre Nikon e 100 pellicole. Le mappe stradali erano molto approssimative ma in compenso il traffico era quasi inesistente. Dormivo dove capitava: in un bosco, tra i pellegrini davanti a un santuario, ospite di persone incontrate casualmente. Una volta, in una povera casa sulle montagne albanesi, mi dissero che gli ultimi stranieri che erano passati di lì erano stati due soldati italiani in fuga dopo l’8 settembre del 1943.

1992 - Romania

Nelle città la vita era molto diversa da quella vissuta nei villaggi.

Mentre nelle zone rurali si riusciva in alcuni casi a vivere più dignitosamente, nelle città l’atmosfera era diversa. Qui gli individui erano stati sorpresi dalla fine del comunismo in tutta la loro fragilità. Non avevano quello che permetteva alla gente dei villaggi di sopravvivere. Nella Mosca di Boris Eltsin, i pensionati erano stracci al vento senza nulla su cui contare. Le stazioni ferroviarie di Kiev o di Kharkov, in Ucraina, erano piene di senza tetto che lì avevano trovato riparo. A Hunedoara, in Romania, gli abitanti morivano avvelenati dalla mastodontica industria siderurgica nella quale lavoravano per un misero stipendio. Sicuramente nelle città ho visto la miseria senza speranza che più raramente ho visto nelle campagne. Ma forse, proprio per questo motivo, nei centri urbani si sentiva tutta l’aspettativa per un futuro diverso e l’ansia per un qualcosa che doveva arrivare ma che nessuno sapeva esattamente come sarebbe stato.

1995 - Russia

In questo contesto, uno degli aspetti più evidenti che differenziava l’est dall’ovest, era la quasi assenza della mercificazione della vita quotidiana. Visivamente questa condizione permetteva alla realtà di apparire nella sua essenzialità. I simboli potevano essere riconosciuti più facilmente. Per assurdo, quel sistema fondato sulla menzogna, permetteva una visione più limpida. La povertà e la sofferenza facevano sì che tutto fosse riportato all’essenziale. E’ anche per questo che l’uomo dell’est mi è apparso in tutta la sua forza e unicità. Nella sua apparente semplicità, nell’accettazione paziente della difficile quotidianità, nella sopportazione della fatica e dell’ingiustizia, nella sua umiltà, l’uomo dell’est esprimeva una forza e un coraggio che l’uomo dell’ovest ha ormai dimenticato, perso nella continua ricerca della sicurezza e del benessere, sopraffatto dalle infinite necessità indotte dalla società dei consumi.

1991 - Albania

In fin dei conti, la scoperta dell’est, per me, ha significato la scoperta del mondo.

L’uomo dell’est mi ha insegnato a fermarmi e ad osservare.

Mi ha insegnato ad alzare lo sguardo e a guardare il cielo.

Quello che mi rimane di tutti questi anni passati ad est sono solo poche fotografie nelle quali ho cercato l’anima di questi uomini e di queste donne.

Ho avuto l’illusione presuntuosa di riuscire a farli diventare simboli.

Avrei voluto tanto esserci riuscito, per donare loro almeno una minima parte di quello che loro hanno donato a me.

 

Roma, aprile 2011.

 

© Fabio Ponzio

La scoperta dell’ est

 

Iniziai a viaggiare in maniera continuativa in est Europa nel dicembre 1987, ma ci furono tre viaggi precedenti che influenzarono il mio interesse per quei paesi.

Da giovane ero stato colpito dalle poche immagini e notizie che arrivavano da quella parte d’Europa, chiusa e misteriosa. Allora era quasi impossibile incontrare o parlare con qualcuno proveniente dall' est.

Ricordo che i primi europei dell’est ad arrivare da noi  furono gli ebrei sovietici. Li vidi per la prima volta, d’inverno, con i loro cappotti grigi e i loro visi umili e cordiali, vendere macchine fotografiche dell’est al mercato.

Ma fu nel 1973, all’età di 14 anni, che visitai per la prima volta l’altra Europa. Istanbul fu la prima città che scoprii. Ne ho ricordi  sfumatissimi, ma ho l’esatta percezione di un’emozione forte provata per quella città di confine, sensuale e sconosciuta. Per la prima volta intravedevo quella che per me avrebbe rappresentato, negli anni successivi, la parte inconscia dell’Europa,  la sua anima oscura e profonda.

1973 - in viaggio verso Istanbul

Dopo tre anni, nel 1976, viaggiai, con la mia famiglia, nei Balcani, attraversando la Jugoslavia, la Romania e la Bulgaria. I miei ricordi di quel viaggio sono lontani e silenziosi, ma quello che vidi, sicuramente, si insinuò nella mia mente e lì rimase. Ricordo tanti camion carichi di grano in Bulgaria, un morto sulla strada in Bosnia, un’anziana donna dentro una scatola di cartone nel mercato di un villaggio jugoslavo, bambini che sbucavano dai boschi chiedendo gomme da masticare in Romania, pescatori nel delta del Danubio alla fine della giornata, donne sorridenti e ospitali lungo gli stradoni della Valacchia.

Fu durante questo viaggio, davanti al porto di Spalato, in attesa della nave che ci avrebbe riportato in Italia, che mio padre mi parlò, per la prima volta, di fotografia, di come si crea l’immagine sulla pellicola e di come, dopo, si stampi con l’ingranditore, sulla carta. Durante il viaggio avevo scattato qualche fotografia a colori con la sua Voigtlander Vitomatic II e volevo saperne di più. Tornai a casa e comprai la mia prima macchina fotografica, una Olimpus  OM1.

Il mio terzo contatto  con il mondo est europeo avvenne nel 1983 quando già lavoravo per la stampa italiana e internazionale. Andai a Berlino per le celebrazioni del primo maggio. Fotografai in maniera convenzionale e asettica, giusto per assecondare le esigenze dei giornali per i quali lavoravo. Fu un viaggio attraverso il surreale. Passare dalla Berlino occidentale a quella orientale, attraverso la rete di sotterranei che collegavano questi due mondi, significava vivere un’esperienza onirica attraverso il tempo e lo spazio. Ricordo le guardie di frontiera della DDR, i controlli ossessivi, le luci al neon, i lunghi tunnel e, infine, le scale che facevano riemergere in un mondo precedente e lontano. Vidi i palazzi del III Reich anneriti dal fumo e le parate celebrative comuniste. Vidi l’allora presidente  Honecker e i suoi gerarchi sorridere e salutare i militanti  che sfilavano.

Non fu un' esperienza particolarmente esaltante, ma fu importante toccare con  mano, per la prima volta, il controllo soffocante messo in atto dal potere ed il teatrino organizzato per celebrare Honecker. Tutto era controllato, tutto era programmato. Avevo una mia traduttrice personale alla quale ero stato affidato dall’ufficio stampa del ministero, non ricordo se degli esteri o degli interni. Questa  ragazza  mi seguiva ovunque, facendomi continuamente la propaganda del regime. Una volta la vidi piangere. Due uomini, con impermeabile nero, la stavano interrogando perchè, durante l’infinita parata, si era distratta, ed io, riuscendo ad evadere dal suo controllo, ero rimasto, per tutto il tempo, in mezzo ai reparti militari che sfilavano,  in diretta televisiva, saltando da una parte all’altra dello schermo televisivo di milioni di cittadini tedeschi dell’est.

Berlino mi diede, da una parte, l’esatta percezione di cosa sia un sistema comunista-poliziesco, dall’altra, mi fece nascere questo desiderio, prima leggero, poi, negli anni, sempre più forte, di violare quella cortina di divieti e di censure per poter scoprire cosa ci fosse dietro tutto quello che avevo visto e  quale fosse l’ identità degli europei dell’est.

 

Roma, marzo 2006.

 

© Fabio Ponzio

Perchè fotografare

 

Sono sempre stato affascinato dalla pittura. All’età di 13 anni dipingevo. Era un vero piacere liberatorio, ma mi isolava. Con la fotografia ho potuto realizzare delle immagini ed ho potuto anche confrontarmi con gli altri. La fotografia mi ha spinto a uscire e a guardare il mondo. La fotografia mi ha obbligato, costantemente, ad essere attento, a non dare nulla per scontato. Questo dover valutare sempre il rapporto tra forma e contenuto mi ha permesso di affinare l’attenzione e quindi di scoprire e comprendere la realtà.

2009 - Spagna

La fotografia mi ha cresciuto, maturato, educato. Senza di lei sarei un uomo diverso. Fotografare significa abbracciare una disciplina con le sue regole severe, significa ricordare che ogni proprio pensiero, ogni propria azione, nella vita quotidiana, direttamente o indirettamente, deve avere come fine quello di fare fotografie migliori. Puo’ sembrare esagerato pensarla così, ma dietro ogni fotografia c’è un lungo cammino fatto di scelte, a volte difficili.

Per arrivare a realizzare una buona fotografia bisogna raggiungere un grado di concentrazione che non si ottiene in un giorno o in una settimana. Bisogna togliere dalla propria vita quotidiana tutti quegli stimoli negativi che portano ad una percezione superficiale e limitata della realtà e che ci impediscono di dare valore al tempo ed allo spazio. Nel momento in cui si scatta una fotografia, nell’arco di un istante, dobbiamo decidere istintivamente come organizzare questi due elementi. Per arrivare a questo bisogna avere la profonda concezione dell’importanza del tempo. Se non si ha rispetto del tempo durante i giorni, i mesi, gli anni della propria vita, non si può comprendere come gestire quell’istante finale durante il quale si realizza la fotografia. Quell’attimo è la miracolosa conclusione di un percorso nel tempo, che porta attraverso gli anni e che deve arrivare, lucidamente, a definire lo spazio.

 

Roma, gennaio 2007

 

© Fabio Ponzio

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