L’uomo dell’est

 

La notte del 13 dicembre 2009 lasciai la mia stanza al Buyuk Londra Oteli di Istanbul e presi un taxi per l’aeroporto.

Ventidue anni di viaggio nell’est erano conclusi.

Mentre il taxi correva nella notte, attraversando la città, pensavo al tempo trascorso da quando il muro di Berlino era crollato. Pensavo a come tutto fosse cambiato nella realtà e nella mente di noi europei negli ultimi due decenni.

1987 - Turchia

Prima della caduta dei regimi del Patto di Varsavia, ogni volta che mi capitava di guardare la carta geografica d’Europa, la mia attenzione andava sempre sulla parte orientale, attratto irresistibilmente da nomi misteriosi, da confini imperscrutabili, da strade che si perdevano in territori sconosciuti e proibiti.

La divisione tra est e ovest, come un incantesimo, teneva noi occidentali ancorati a qualcosa di ignoto dal quale dipendevano la nostra vita, la nostra visione del mondo, le nostre paure.

Quel muro divideva il conscio e l’inconscio dell’Europa. Oltre quella linea, tutto avveniva nell’ombra, apparentemente senza nessun legame con la realtà dell’ovest ma, come l’inconscio nell’essere umano, così l’est non ci permetteva di dimenticare il passato.

Varcare i confini orientali significava in effetti entrare in un universo rimasto cristallizzato, dove le persone e le cose si erano comunque evolute in maniera differente dalla nostra.

2000 - Romania

1993 - Cecoslovacchia

1992 - Jugoslavia

Il viaggio iniziò a Istanbul nel 1987 e proseguì, negli anni successivi, in Polonia, Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Albania, Ungheria, Cecoslovacchia, Russia, Ucraina, Georgia e Armenia.

Quando nel 1988 arrivai in Polonia, il paese mi apparve come prossimo al collasso.

I negozi erano sprovvisti di generi alimentari e le file per acquistare il pane erano lunghissime.

La gente si raccoglieva nelle chiese e affluiva in massa durante le celebrazioni. Luoghi come Jasna Gora o Kalwaria Zebrzydowska erano isole di libertà, perdute in un mare di grigia immobilità. Si potrebbe arrivare a dire che l’uomo polacco abbia vissuto nel carbone e nell’incenso, ovvero, nel sacrificio e nel trascendente. E’ stato capace di sprofondare nelle miniere, nelle guerre, nei gulag e di sopravvivere aggrappato alla propria fede.

1988 - Polonia

Nella Romania di Ceausescu, la vita delle persone era ridotta a un susseguirsi di giorni cupi, alla ricerca di qualcosa da mangiare. La Securitate aveva il controllo assoluto sulla popolazione e attraverso la delazione, il ricatto e la violenza, reprimeva ogni libertà dell’individuo. Quando entrai nel paese, nel giugno del 1989, vi rimasi giusto il tempo per passare una notte insonne. Il giorno successivo fui arrestato e privato del passaporto con l’accusa di aver fotografato un fantomatico aeroporto militare.

Nello stesso periodo, in Jugoslavia, nell’indifferenza assoluta dell’occidente, si stavano costruendo le basi per realizzare la catastrofe degli anni successivi.

Il 28 giugno 1989 vidi decine di migliaia di serbi radunarsi in Kosovo, sulla piana chiamata Campo dei Merli, e ascoltare Slobodan Milosevic pronunciare il suo tristemente famoso discorso nel quale enunciava l’ideologia ed il programma che avrebbero portato alla tragedia delle guerre jugoslave.

Durante questi primi viaggi mi resi conto di come fosse importante calarsi nella profondità di questo mondo che stavo iniziando a conoscere. Avevo netta la sensazione che la storia avesse creato un posto dove fosse possibile vedere l’essenza dell’essere umano con più limpidezza.

1991 - Romania

Poi, nell’estate del 1989, improvvisamente, tutto cambiò.

I vari regimi dei paesi comunisti dell’Europa centro-orientale cominciarono a crollare a Budapest, Berlino, Varsavia, Praga, Sofia e Bucarest, in un incredibile effetto domino che proseguì successivamente in Albania e si concluse due anni più tardi in Unione Sovietica.

Gli uomini e le donne, vissuti per anni senza speranza, rimanevano spesso increduli e confusi di fronte a qualcosa di nuovo che non conoscevano. Tutto sembrava possibile e, in effetti, lo era. Ad un’energia antica, che spesso si era fortificata nel dolore e nel sacrificio, se ne sommava, adesso, una nuova, piena di speranza.

1992 - Polonia

In questa atmosfera sospesa tra l’incertezza e l’attesa, proseguii il mio viaggio attraverso un territorio immenso, alla ricerca dell’uomo dell’est.

E’ in questi paesi che ho scoperto la classe contadina, legata profondamente alla natura, alla tradizione, alla fede. E’ nell’est che ho conosciuto la classe operaia, con il suo orgoglio rimasto intatto anche nella disfatta delle ideologie e dell’economia.

Sconfitto e umiliato, quello che nella retorica comunista avrebbe dovuto essere l’uomo nuovo, mi è apparso nella sua grandezza antica, inconsapevole rappresentante di una forza atavica che a tutto sopravvive e da tutto trae energia.

Questi uomini e queste donne li ho cercati nei miei viaggi, prima che tutto soccombesse alla melassa consumistica seguita alla conquista della libertà.

1990 - Polonia

1997 - Romania

1989 - Polonia

Il crollo del muro mi permise di passare liberamente attraverso territori che prima erano sotto il controllo soffocante di regimi che limitavano il movimento di chiunque avesse voluto testimoniare realtà non consone all’ideologia del potere.

Scelsi di viaggiare in macchina, portando con me un sacco a pelo, una tenda, un fornello a gas, una Leica, tre Nikon e 100 pellicole. Le mappe stradali erano molto approssimative ma in compenso il traffico era quasi inesistente. Dormivo dove capitava: in un bosco, tra i pellegrini davanti a un santuario, ospite di persone incontrate casualmente. Una volta, in una povera casa sulle montagne albanesi, mi dissero che gli ultimi stranieri che erano passati di lì erano stati due soldati italiani in fuga dopo l’8 settembre del 1943.

1992 - Romania

Nelle città la vita era molto diversa da quella vissuta nei villaggi.

Mentre nelle zone rurali si riusciva in alcuni casi a vivere più dignitosamente, nelle città l’atmosfera era diversa. Qui gli individui erano stati sorpresi dalla fine del comunismo in tutta la loro fragilità. Non avevano quello che permetteva alla gente dei villaggi di sopravvivere. Nella Mosca di Boris Eltsin, i pensionati erano stracci al vento senza nulla su cui contare. Le stazioni ferroviarie di Kiev o di Kharkov, in Ucraina, erano piene di senza tetto che lì avevano trovato riparo. A Hunedoara, in Romania, gli abitanti morivano avvelenati dalla mastodontica industria siderurgica nella quale lavoravano per un misero stipendio. Sicuramente nelle città ho visto la miseria senza speranza che più raramente ho visto nelle campagne. Ma forse, proprio per questo motivo, nei centri urbani si sentiva tutta l’aspettativa per un futuro diverso e l’ansia per un qualcosa che doveva arrivare ma che nessuno sapeva esattamente come sarebbe stato.

1995 - Russia

In questo contesto, uno degli aspetti più evidenti che differenziava l’est dall’ovest, era la quasi assenza della mercificazione della vita quotidiana. Visivamente questa condizione permetteva alla realtà di apparire nella sua essenzialità. I simboli potevano essere riconosciuti più facilmente. Per assurdo, quel sistema fondato sulla menzogna, permetteva una visione più limpida. La povertà e la sofferenza facevano sì che tutto fosse riportato all’essenziale. E’ anche per questo che l’uomo dell’est mi è apparso in tutta la sua forza e unicità. Nella sua apparente semplicità, nell’accettazione paziente della difficile quotidianità, nella sopportazione della fatica e dell’ingiustizia, nella sua umiltà, l’uomo dell’est esprimeva una forza e un coraggio che l’uomo dell’ovest ha ormai dimenticato, perso nella continua ricerca della sicurezza e del benessere, sopraffatto dalle infinite necessità indotte dalla società dei consumi.

1991 - Albania

In fin dei conti, la scoperta dell’est, per me, ha significato la scoperta del mondo.

L’uomo dell’est mi ha insegnato a fermarmi e ad osservare.

Mi ha insegnato ad alzare lo sguardo e a guardare il cielo.

Quello che mi rimane di tutti questi anni passati ad est sono solo poche fotografie nelle quali ho cercato l’anima di questi uomini e di queste donne.

Ho avuto l’illusione presuntuosa di riuscire a farli diventare simboli.

Avrei voluto tanto esserci riuscito, per donare loro almeno una minima parte di quello che loro hanno donato a me.

 

Roma, aprile 2011.

 

© Fabio Ponzio

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